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IL CASTELLO DURANTE IL PERIODO VENETO

Esso fu certamente sede di una guarnigione veneta e come tale dipendeva dal Capitanato generale di Verona; nei primi tempi, e cioè fino alla definitiva annessione alla Repubblica Veneta di Mori e di Lizzana nel 1439, esso fu certamente il più importante centro militare della valle, che più tardi fu trasferito nel castello di Rovere­to, che dominava sia la VaI Lagarina, che i collegamenti con Vicenza, certamente la via più breve verso Venezia; i nostri antenati infatti non si lasciavano impressionare dalle pendenze. Anche dopo l'istituzione del Capitanato della Vallagarina, con sede in Rovereto, il castello rimase sede di uha guarnigione veneta, che doveva garantire i traffici lungo la valle ed i collegamenti con il monte Baldo. Ne è chiara prova una lettera del Doge Nicolò Marcello di data 8 nov. 1473, diretta al Podestà e giudice di Roveredo, Aloisio Quirino, con la quale si confermano i privilegi concessi alle popolazioni delle Comunità di Avio e Alla dalla Signoria veneta all'atto dell'annessione - 1411 - tra cui importantissima quella di avere un Vicario (giudice) locale (aveva i poteri che hanno ora i Sindaci ed i Pretori). Senza entrare nel merito dell'importante documento nel quale per la prima volta si usa ufficialmente il "termine «Vicariati» mi limiterò a riportare il succo della parte che si riferisce al castello. In sostanza, scrive il Doge Marcello, era venuta gente a raccontargli ( aveva certamente il suo servizio informazioni ) che i denari provenienti dalle multe inflitte agli abitanti per i reati conciliabili in moneta sonante, anziché essere spesi ed impiegati come di dovere per le riparazioni e la manutenzione del castello, venivano destinati in parte dal Capitano e dai commilitoni a spese diverse... (leggi mangiate e bevute); il Doge ordina al Quirino, meno informato di lui sui fatti, anche se più vicino, o forse più tollerante perché talvolta invitato, di far cessare lo scandalo vigilando affinché quei denari venissero ben impiegati per le spese previste e per la manutenzione, senza far ricadere sulle popolazioni di Avio, Ala e Brentonico oneri evitabili. Se ne deduce che il castello era comandato da un ufficiale con una sua guarnigione e che anche i nostri vecchi soggiacevano alla tenta­zione... di « far festa co' la roba del Comum ».Comunque i Veneziani dovettero mantenere il castello in buone condizioni, se l'Imperatore Massimiliano, in lotta con Venezia nel 1509, lo trovò sede soddisfacente per un suo breve soggiorno assie­me alla sua piccola corte durante il suo viaggio verso Verona.Riconsegnati da parte di Venezia i 4 Vicariati all'Imperatore, questi ne investì il suo luogotenente nel basso Principato vescovile, cioè il conte d'Arco, che li tenne fino alla consegna al Principe Vescovo Bernardo Clesio in esecuzione della convenzione di Ratisbona ( Regensburg ) del marzo 1532, con la quale la VaI Lagarina, antico feudo di Guglielmo di Castel Barco veniva divisa tra la pretura di Rovereto, direttamente dipendente dal Tirolo, ed i 4 Vicariati, con capoluogo civile a Brentonico e centro militare nel Castello di Sab­bionara d'Avio. Morto Bernardo e salito sulla cattedra di S. Vigilio nel 1539 Cristoforo Madruzzo, questi investì del feudo dinastiale con il titolo di «Baronia dei 4 Vicariati» suo padre e poi suo fratello, dando così inizio alla Signoria Madruzziana, che doveva durare fino al 1654.

Interno del mastio. Particolare dei resti di affresco con firme sovrapposte. La più antica suona: A dì 6 Giugnio 1648 qui lo Paolo (forse Hoffman)...

 

Il PERIODO MADRUZZIANO

Fu il periodo d'oro dei 4 Vicariati. In questo secolo furono ri­fatte la Chiesa di Ala e quella di Brentonico, costruita la nuova chiesa di Avio, rimessa a nuovo quella di Mori. Si sviluppò la coltivazione del baco da seta, che aggiunse alle tradizionali entrate agricolo forestali, quella delle galette, che assicu­rava un buon introito verso la fine di Maggio, primi di giugno, rad­doppiando in pratica i redditi familiari. Ben presto tutti dettero mano a ricostruire le loro modeste dimore, sostituendo alle antiche abitazioni con i tetti di « careza » (cannelle di palude) e parte di legno, tipo baita di montagna, le case oggi ormai vecchie, « muris muratae et tegolis tectae » (cioè fatte di muro e coperte di tegole) che ancora ci ospitano nei centri storici dei nostri paesi. Anche il castello fu sempre ben curato e conservato e vi aveva sede la forza armata vicariatense, che ad es. nel 1647/48, ultimo anno della guerra dei 30 anni, che insanguinò, distrusse e spopolò mezza Europa settentrionale, assommava a 32 effettivi, più le riserve sotto il Comando di Francesco Cavazzani di S. Carlo. TaIe forza fu all'inizio sotto il comando di capitani foresti o del­la famiglia Madruzzo, ma dopo il 1605 fu sempre al comando di un locale, prima un Passerini e poi il Cavazzani. T aIe situazione doveva ancor più consolidarsi nel succesivo periodo castrobarcense.

IL RITORNO DEI 4 VICARIATI AI CASTELBARCO

Facciamo un piccolo salto a ritroso. Non appena l'Imperatore Massimiliano nel 1532, ma forse anche prima, aveva fatto consegnare i 4 Vicariati al Cardinale Clesio, nella sua qualità di Principe Ve­scovo di Trento, i Castel Barco Gresta, che si ritenevano l'ultimo ramo sopravvissuto alle vicende veneto-imperiali del '400 tra gli otto casati in cui si era suddivisa la famiglia dopo la morte di Guglielmo il Grande nel 1320, avevano iniziato dal loro castello di Gresta, Pie­ve di Gardumo, una controversia civile per rientrare in possesso del loro feudo della VaI Lagarina con la motivazine che erano i discendenti degli antichi Signori - e spesero un patrimonio per dimostrarlo - e che essendo i tre Vicariati di Avio Ala e Brentonico nel 1411 un feudo vescovile trentino essi non avrebbero potuto costituire oggetto di lascito testamentario, dato che i feudi non erano patrimonio disponibile; cosa verissima e titolo in base al quale l'Imperatore li aveva riconsegnati al Principe Vescovo, Signore del feudo. I Castel Barco furono aiutati certamente nel presentare le loro ragioni e nell'impostare la loro difesa dai cognati Calepini, allora indubbiamente una delle più autorevoli e potenti famiglie trentine. La lite si accese perciò tra i Castel Barco ed i Madruzzo e durò fino al 1654, in pratica fino all'estinzione della linea maschile di questa importantissima famiglia trentina. Solo allora il Tribunale imperiale anziché riconoscere i diritti della discendenza femminile dei Madruzzo, che era di tendenze francofile - si trattava dei conti di Lenancaurt, alsaziani - riconobbe i buoni diritti dei fratelli Castel Barca, dei quali uno era canonico di Salisburgo, ed ordinò in pratica al soccombente, il Principe Vescovo regnante Carlo Emanuele, l'ultimo dei Madruzzo - di investire del feudo dei 4 Vicariati i fratelli Francesco e Carlo fu Scipione Castel Barco Gresta. Le popolazioni fedeli ai Madruzzo, al buon governo dei quali esse si riconoscevano debitrici del loro benessere, si ribellarono ed iniziarono una tenace difesa dei loro diritti messi in forse dal Francesco Castel Barco, che pretendeva di ripristinare il regime feudale ante 1410. L'uomo cui fu affidato il comando del castello fu Carlo Du­chi, nominato capitano generale di tutti i feudi di casa Castel Barco -oltre ai 4 Vicariati la Valle di Gresta, Aldeno, Romarzollo e parte della valle di Cavedine - il quale all'inizio seppe salvare le posizio­ni signorili senza infierire sulle popolazioni e le tenne buone fino al 1679, quando i Castel Barco nel timore di perdere tutto, visto  che i buoni villici stavano insorgendo in massa appoggiati dal clero locale ed erano decisi a bruciare il castello di Loppio piuttosto che cedere, riconobbe i vecchi diritti risalenti ai privilegi veneti - sotto questo aspetto i 4 Vicariati sono figli di Venezia - e così ritornò la calma ed il castello riebbe il suo ruolo di sentinella del buon governo locale. Se leggiamo i nomi dei capitani generali dei 4 Vicariati, che tennero il comando del Castello dopo Gio Batta Pagani, padovano, chiamato nel periodo più caldo della controversia - 1660/75 - tro­viamo esclusivamente nomi nostrani, quali Passerini, Azzetti, Salvetti, Malfatti, Poli e Cipriani, segno indubbio che in sede locale si era sviluppata una classe dirigente all' altezza della situazione. Questa seconda Signoria Castrobarcense durò fino al 1806, quando con proclama del Re di Baviera Massimiliano Giuseppe di Wittelsbach i 4 Vicariati furono uniti al Tirolo, ritornando in pratica sotto la giurisdizione di Rovereto, così come lo erano stati durante il periodo veneto dal 1439 al 1509.Fino allora il castello fu certamente ben mantenuto e ne è pro- va il fatto che il codice vicariatense del 1619, che prevedeva la devoluzione delle multe raccolte nel vicariato di Avio a questo scopo, rimase in vigore in pratica fino al 1810, quando il Tirolo italiano tolto alla Baviera divenne il dipartimento dell' Alto Adige del Regno napoleonico d'Italia, cosa che la maggioranza dei nostri avi aveva fatto di tutto per evitare. Durante questo periodo il Castellano, cioè il Capitano, manten-ne i diritti che erano stati pattuiti nel 1536 all' atto della stipulazione della convenzione clesiana tra il Vescovo Bernardo e la Comunità e gli uomini di Avio per regolarizzare e regolamentare gli acquisti dei diritti e dei beni ex Castel Barco ottenuti durante il Dominio Veneto. Al Capitano spettavano le quote di legname riservate ai vicini - anche se egli non era tale - che avevano « fuoco » (per diventare vicini di Avio a quei tempi era richiesto, oltre alla residenza ultracente- naria della famiglia, il parere favorevole del consiglio della comunità, subordinandolo in genere al pagamento di una rilevantissima tassa d'entrata) un peso di « smalzo » (burro) per ogni « compagno » (malgaro) impiegato nelle malghe delle Mamole ( Pealda, Borghetto, Boldera, Maia alta e bassa ) nel territorio dei Lessini ed un agnello per « ogni schiappo di pegore » delle greggi che transitavano nella vallata (ciò era molto perché allora le transumanze erano notevoli ed uno « schiappo » comprendeva solo 50 capi, mentre un gregge poteva essere di migliaia di capi).

FINE DEI QUATTRO VICARIATI DEL FEUDO DINASTIALE, E DELLA POTENZA DEL CASTELLO

Castello di Avio

Chi lo avrebbe mai pensato che la rivolta dei popolani francesi di Parigi del 1789 avrebbe avuto così tragiche conseguenze per tutta l'Europa, provocando vent'anni di cruente guerre e massacri dal Manzanarre (Madrid) alla Moscova, dal Nilo alla Scandinavia, creando in Europa l'Impero francese ed altri effimeri regni quà e là, impoverendo tutte le popolazioni rurali, che costituivano la grande maggioranza dell' assetto sociale di allora, recando in ogni famiglia lutti e miserie, cose imprevedibili nella tranquilla vita dei nostri avi della fine del settecento, sia pur provati dalla crisi agricola provocata dalla moria dei gelsi e dei bachi da seta e dalla perdita dei mercati tradizionali invasi dalle merci provenienti dalle Indie, nonché dalla incipiente svalutazione dei risparmi familiari. Eppure 7 anni dopo e precisamente nel 1796 i francesi guidati dal giovane generale Bonaparte (allora si scriveva Buonaparte ) scendevano l'antica via romana del Monte Baldo e trascurando la decina di spaventati armigeri vicariatensi del Castello comandati dal Commissario de Ferrari da Ala obbligavano i Vodesi a traghettarli sull' Adige. Per la verità i miei compaesani avevano tirato tutte le barche sul Vò Casaro, ma un paio di francesi molto decisi aveva­no attraversato a nuoto il fiume e preso il curato, don Leonardo

Leonardi, emerito docente di lettere nel ginnasio di Ala e buon poeta, lo tennero letteralmente col collo su un paio di. baionette incrociate ricattando i suoi parrocchiani per ottenere l'immediata riattivazione del traghetto; il buon curato rimase con le baionette francesi alla gola fino al passaggio dell'ultimo drappello delle trup­pe dirette ad Ala. Dopo quell'infausta fine di Agosto, molta gente era ancora in montagna per la fienagione, gli eserciti dei vari potentati d'Europa scorazzarono per lunghi diciotto anni su e giù per le vallate dandosi il cambio e portando via ogni volta tutto quello che era reperibile in bestiame, fieno, legname, paglia, vino, grappa e tabacco, oltre ai risparmi delle tesorerie vicariali ed ai vasi sacri delle chiese. Alle fa­miglie restava ogni volta ben poco con cui sopravvivere, anche per­ché ogni esercito che passava reclutava i giovani, per cui in famiglie numerose ad un certo punto c'erano i figli che rivestivano contem­poraneamente tre diverse divise: l'uno quella dell'esercito napoleoni­co del Regno d'Italia, l'altro quella del regno di Baviera, alleato dell'Imperatore, ed il terzo quella imperiale di Vienna, dove si può presumere da vaghe documentazioni scritte che si fossero rifugiati circa un migliaio di giovani provenienti dai 4 Vicariati. In tutto questo bailamme di governi e di occupazioni militari il Castello cessò di essere sede delle forze armate vicariatensi, cui era stato destinato nel 1714, e divenne invece il rifugio di sbandati e di contrabbandieri. Del resto questa era l'unica professione possibile per coloro che avevano 'scelto la renitenza alla leva... e che godeva­no indubbiamente di molti favori tra la gente dei paesi, che li copri­va con la loro ostinata e spesso coraggiosa omertà, cosa che permise ad alcuni di loro di sopravvivere fino al 1815, quando l'imperial regio provvisorio governo di Vienna concesse una sanatoria agli sbandati dei vari reclutamenti succedutisi tra il 1806 ed il 1813. Si sa che questi «fuorilegge» tendono a nascondersi per cui non sono i migliori custodi di un patrimonio immobiliare. Il dinasta padrone, Carlo Ercole Castel Barco Visconti Simonetta era lontano, a Milano, e viveva caso mai nei suoi feudi 10mb ardi ereditati dal ramo Visconti di cui portava il nome; del resto contro i vecchi «Signori» anche se l'ultimo era stato un dinasta quanto mai comprensivo e ge­neroso, agivano gli effetti della propaganda rivoluzionaria distruggitrice d'importazione francese, che predicava l'odio e la distruzione contro tutto ciò che puzzava di vecchio regime (Vecchia canzone an­che questa, che ogni tanto ritorna sventuratamente in auge ). In queste condizioni credo sia stato difficile anche ai responsabili della pubblica amministrazione aviense - ai Vicari erano succe­duti i sindaci ed ai massari -assessori i savi - curare la difesa dell' anti­co maniero, che restò nominalmente assegnato alle cure dell'amministratore castro barcense nei territori del Tirolo meridionale, il sig. Benoni di Gardumo, ma in pratica abbandonato a se stesso. E non è facile trovare negli atti locali memorie particolari di quelli avvenimenti, perché in seguito alle riforme del 1806 introdot­te dal Governo bavarese (dopo ottocento anni e per tre anni erava­mo tornati bavaresi) erano spariti i notai locali, i veri e pignoli croni­sti delle nostre passate vicende familiari. Il notariato con altra disci­plina doveva tornare solo circa quarant'anni dopo, per cui vi sono decenni di silenzio lungo quei tormentati periodi storici. Talvolta si può rimediare con i vecchi archivi familiari «i strumenti» conservati dai nostri nonni con tanta cura) ma è una vera fortuna reperirli, di­spersi come sono stati in genere tra divisioni testamentarie e non, e le varie vicende familiari.

IL CASTELLO DOPO LA FINE DEL FEUDO GIURISDIZIONALE DEI QUATTRO VICARIATI

Come abbiamo visto fino al 1797 il nostro castello è stato sede della guarnigione dei 4 Vicariati e perciò regolarmente abitato e conservato. Dalla lettura del Catasto descrittivo redatto tra il 1779 ed il 1783 dai periti agrimensori Pietro Cavazzani di Avio e Valenti­no Giuseppe Gresti di Ala per incarico della Comunità ed inteso a porre le basi della « perequazione steurale », si ricava che « il Capitanio del Castello, giurisdizione castrobarcense », che allora era il dotto Rocco Antonio Poli, «possedeva» a suo titolo, il Castello con le sue ragioni adiacenti di pertiche vicariatensi 6547, nonché la valle del castello di pertiche 87.363 comprese 1448 pertiche di prato e 1321 pertiche di zappativo. ( NB. una pertica vicariatense uguale a mq. 4,43 circa). TaIe entità fondiaria era classificata distintamente dalle proprietà private della Casa dinastiale dei Castel Barco Visconti, anche se poi alla caduta del sistema feudale tale distinzione andò persa e la proprietà si consolidò a titolo privato nei Signori del feudo. In una nota esistente nella biblioteca civica di Ala e ricavata da una relazione del dotto Venturi probabilmente risalente al 1817, si legge che nell'anno 1812 l'amministratore dei beni castro barcensi di Loppio,il sig. Simone Benoni di Gardumo, convinse il suo padrone Carlo Ercole, che viveva a Milano, ad utilizzare il legname ed il ma­teriale asportabile dai fabbricati abbandonati del castello, che erano divenuti ricetta colo di banditi e disertori, per completare la ricostruzione della sede di Loppio, che era stata solo parzialmente ricostrui­ta dopo la distruzione fatta dalle truppe del francese maresciallo Vendome nel 1702, e probabilmente anche per la costruzione della chiesa di Loppio, che seguì tra il 1816 ed il 1819. Si legge anche che il figlio di Carlo Ercole, Cesare, non appena ereditati i beni paterni nel 1815 cercasse di porvi rimedio, ma ormai il male era fatto e fu solo sospesa l'ormai avanzata demolizione, in modo che si salvò quel che ora ci rimane. La famiglia Castel barco cedette poi l'intero complesso per po­chi fiorini, praticamente il valore della terra, dato che il castello fu sempre classificato dopo il 1816 come «rudere», alla famiglia Battitti ( o meglio come si scriveva allora Battiti ) che era sempre vissuta dal 1500 in poi nella casa annessa alla chiesa di S. Antonio e che da se­coli curava la campagna dei castellani. La famiglia Battiti lo tenne fino al 1897 quando il Francesco Domenico lo vendette al sig. Alessandro fu Carlo Francescatti, oriundo da Sabbionara, ma residente a Milano, con l'impegno di la­sciare scadere il contratto di locazione in corso con Campostrini Innocenzo fu Valentino da Sabbionara. Dal contratto era esclusa la casa del Capitano, che il Governo austriaco aveva tempestivamente avocato al patrimonio storico artistico statale, salvandola così dalle tentazioni di renderla abitabile o di adibirla ad altri usi, magari agricoli, come toccò a tante ville venete. Alla famiglia Battiti, che abitò al Castello fino alla fine del seco­lo scorso, dobbiamo riconoscere di aver sempre rispettato e conser­vato quanto era rimasto dell' antico maniero, permettendone così più tardi la sua valorizzazione. Nel 1937 il conte Emanuele fu Tomaso Castel barco Rezzonico acquistò dal sig. Francescatti Alessandro fu Carlo (altra famiglia che manteneva la tradizione onomastica ) il castello, esclusa la casa del capitano passata dopo la prima guerra mondiale allo Stato italiano - Demanio pubblico, antichità e belle arti - e recentemente acquisi­ta al patrimonio della Provincia autonoma di Trento. I Castel barco rientravano così in possesso del castello di Sabbionara, dopo circa 120 anni dacché lo avevano abbandonato; al compianto conte Emanuele dobbiamo essere grati della cura con la quale nella sua squisita sensibilità di artista si dedicò, passata la tempesta della seconda guerra mondiale, alla ricostruzione nei limiti del­le sue possibilità economiche, del vecchio maniera ed in particolare della torre della pica6ra, che scelse a sua abitazione, e di quella d'entrata, dove avevano sempre abitato le famiglie dei guardiani. Nel 1962, dopo la morte del conte Emanuele, il castello venne inta­volato alla figlia Emanuela in Acquarone, che recentemente lo ha passato al F.A.I. - Fondazione per la tutela dell'ambiente, benemerita per la conservazione delle testimonianze del nostro passato e per la loro migliore valorizzazione.  

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